Pubblicato da: Massimiliano Neri | 21 aprile 2008

Globalizzazione: Tremonti contro Hayek e Mises

Riporto un mio intervento in un noto newsgroup circa i timori di Tremonti nei confronti della globalizzazione.

Mantanendo l’antica veste di difensore del libero mercato (abito che nei fatti ha perduto), con Rischi Fatali nel 2005 e La Paura e la Speranza nel 2008 (vedi anche recensione sul Corriere), Giulio Tremonti ha avanzato timori catastrofisti circa gli effetti della globalizzazione. Molti liberisti hanno ceduto alla paura e, seguendo la tesi del futuro Ministro dell’Economia, oggi riconoscono la necessità di un intervento dello stato a protezione degli imprenditori e degli operai del Nord. A mio parere i timori sono ingiustificati e la tesi dal punto di vista teorico è infondata.

Quei liberisti che credono nel mercato al 99%, sono di solito condizionati da una visione neoclassica dell’economia che scorre sul binario della Scuola di Chicago. Costoro apprezzano gli effetti della globalizzazione come consumatori ma li temono dal punto di vista dei produttori che appartengono alla struttura produttiva italiana.

Con la globalizzazione, alcune tappe della catena produttiva si sono delocalizzate in Asia. Precisamente quelle legate alla manodopera manifatturiera si sono spostate in Cina e quelle legate all manodopera dei servizi in India.

La delocalizzazione di alcune fasi della struttura produttiva comporta una liquidazione e ristrutturazione del capitale dal lato che le perde e una formazione di capitale dal lato che le guadagna. Questo fenomeno nella storia del mondo economico si è sempre verificato; quello che accade oggi è che la distanza di delocalizzazione si è semplicemente allungata. Chi crede che ciò che accade oggi sia diverso dal passato commette un errore di non conoscenza della storia economica.

Durante una recessione il processo di liquidazione comporta una rimodulazione della struttura produttiva, verso una configurazione piu’ sostenible “rispetto alla richiesta dei consumatori”. Questo processo di rimodulazione è fondamentale, e se lo si ostacola o lo si distorce attraverso interferenze nella forma di aiuti di stato (moral hazard, etc.), si intralcia il raggiungimento di una configurazione sostenibile, correndo il rischio di mantenere il sistema produttivo in una perenne condizione di necessità di trasferimenti dello stato (vedi ad esempio i settori agricoli europei e americani di oggi).

La globalizzazione non comporta per forza di cose una recessione ma induce senz’altro, dal lato di chi perde capitale, una rimodulazione della stessa natura. Oggi ci troviamo nel periodo storico di transizione in cui la globalizzazione ha determinato una rimodulazione della struttura produttiva del nord Italia. Il transitorio è un processo vitale e “necessario” se il Nord vuole raggiungere una configurazione della struttura produttiva che non ha bisogno dello stato per sopravvivere.

Per quanto riguarda l’entità della sofferenza che comporta il transitorio, chi ha paura di una crisi da 50 anni e del 50% di disoccupazione commette due ingenuità:

1. adotta una stima empirica dell’entità della crisi che non trova sostegno nella storia economica

2. sposa una visione statica dell’economia, il contrario di quello che suggerisce la teoria del capitale, che adotta una visione estremamente dinamica. In sostanza, si pensa che stiamo soffrendo e continueremo a soffrire, perché l’armamentario teorico a disposizione (quello della visione statica) non consente di sperare in nulla di buono. Questo basa infatti le proprie previsioni sulla base di serie storiche che per forza di cose non possono contenere il seme della ristrutturazione del capitale in senso produttivo, perché questa avviene grazie all’opera creativa dell’imprenditore, ingrediente assente negli strumenti econometrici. Al contrario, vi sono diverse realtà produttive del Nord che dopo la ristrutturazione stanno diligentemente risalendo la china della ripresa (il siderurgico di Brescia – come ricordato da Carlo Lottieri -, il tessile emiliano, etc.) e questi segnali suggeriscono che in molte realtà l’apice della crisi sia alle spalle e che la ristrutturazione dell’assetto produttivo del Nord stia andando nella direzione giusta: “senza aiuti dello stato”.

Notare che queste considerazioni sugli effetti della globalizzazione della struttura produttiva sono valide al netto di valutazioni di natura monetaria. La crisi monetaria che stiamo attraversando introduce certamente un ulteriore elemento di distorsione nel processo di ristrutturazione. Ma consiglio di non legare le cose altrimenti si rischia di fare confusione e perdere di vista i processi microeconomici all’opera nella struttura produttiva di cui ho parlato sopra.

In conclusione, è logico che Tremonti si preoccupi del transitorio. Lui si deve fare votare da chi è rimasto disoccupato a causa degli extracomunitari (tanto dei rumeni nostrani quanto dai laboriosi cinesi delle biciclette) e da chi teme per il bilancio della propria impresa. Le motivazioni utilitaristiche di Tremonti sono evidenti. Al contrario, un economista che ha compreso la teoria del capitale si dovrà impensierire solo se il politico ostacolerà il processo di ristrutturazione della struttura produttiva .

Consiglio la lettura di Rothbard piuttosto che di Tremonti.

Nel suo La Grande depressione descrive come il conservatore Hoover, la FED e la rete di commistioni con il sistema bancario (vedi anche “The case against the FED”), hanno incatenato i meccanismi spontanei del libero mercato con una pletora di interventi pubblici, che portarono all’inevitabile crisi. Dopo il ‘29 Hoover e compagni continuarono ad applicare una serie di interventi (per salvare i disoccupati, chi aveva un mutuo, e le imprese a rischio di chiusura) che invece che favorire un atterraggio morbido peggiorarono la situazione e prolungarono e la crisi (stendendo un tappeto di velluto all’arrivo delle medicine keynesiane di Roosvelt).

PS: la struttura produttiva del nord Italia soffre di ulteriori elementi distorsivi causati dall’intervento pubblico: la pressione fiscale e altri elementi di limitazione della libertà economica. L’eliminazione di questi elementi farebbe parte della “buona politica economica” per affrontare la globalizzazione, ma in questo intervento volevo limitare il focus alla questione degli aiuti di stato.

ps2: ecco i commenti a Rischi Fatali che ho trovato nella rete: l’apologia di Baget Bozzo, la demolizione di Mingardi e Della Vedova, l’analisi critica di LibertyFirst

ps3: riporto anche l’appello su Libero di Oscar Giannino ai liberisti di ispirazione austriaca a non criticare Tremonti per evitare di rompere le file del “fronte comune di liberazione del libero mercato”…


Responses

  1. Bel lavoro, articolato e coerente.

  2. Grazie per il link.

  3. Sarei d’accordo se ci fossero regole comuni. L’omogeneitá delle regole del gioco sono fondsamentali per indirizzare propriamente la forza innovatrice del mercato. Purtroppo se si introducono in una pare del mondo le bestie da soma il risultato é che i costi calano ma la qualitá del lavoro (inteso come vita lavorativa) crolla miseramente, innescando delle tensioni sociali cui la politica deve rispondere.

  4. Roby: Immagino infatti che venti anni fa in Cina avevano un tenore di vita eccezionale, è crollato soltanto di recente… l’omogeneità delle regole è uno slogan dei burocrati che vogliono ritagliarsi un ruolo e non ha la minima giustificazione economica, senza contare l’incoerenza di temere che lo sviluppo dei consumi cinesi ci tolga risorse (la preoccupazione iniziale a cui risponde il post, in un certo senso) per poi dire che il loro livello di vita è “crollato miseramente”. Evidentemente non è vero…

  5. Spero che Roby si riferisse al livello di vita di un operaio non specializzato europeo (gli operai specializzati hanno una posizione migliore di molti bancari, ve l’assicuro) che affronta direttamente la competizione cinese.

    Ma anche in tal caso vorrei ricordare che i semplici meccanismi dei vantaggi comparati prescindono da regole del gioco comuni intese come pari stipendio ai lavoratori in varie parti del mondo (l’omogeneità delle regole del gioco riguarda più l’enforcement delle regole che certi contenuti particolari).
    In Cina le bestie da soma ci sono sempre state, non è un problema umanitario attuale, e diventa umanitario solo perché sta toccando il piatto di lasagne degli europei; a parte questa ipocrisia, il fatto che un cinese lavori per uno stipendio minore essenzialmente su certi tipi di produzioni, lascia spazio agli europei di concentrarsi su altri e più redditizi settori; se poi i Governi non consentono riposizionamenti perché hanno a cuore non lo sviluppo bensì lo status quo delle clientele, non è un problema che la Politica è chiamata a risolvere, ma è un problema che nasce proprio a causa della Politica

  6. Mi pare evidente che mi riferisco all’operaio europeo che dopo aver acquisitito dei diritti nell’arco di decenni (se non di secoli), ora, causa concorrenza selvaggia, vede i diritti diminuire o il lavoro sparire. Anche il migliore dei motori ha bisogno di fini regolazioni, se poi si crede che tutto si aggiusti automaticamente vuol dire che si é disposti ad accettare che gli assestamenti siano anche devastanti (e di solito chi promuove questa visione é in una posizione ben protetta).
    Quanto alla Cina, la povertá é dovuta allo statalismo comunista che é intrinsecamente inefficiente e teso al mantenimento della popolazione in uno stato di schiavitú. L’introduzione del mercato senza regole ha lo stesso effetto, infatti é gestito dal partito comunista, che ha il vantaggio di indurre povertá anche nell’occidente. L’effetto é stato che invece di essere la Cina ad adeguarsi all’occidente (migliorando l’efficienza, ma con standard comuni) é stato l’occidente ad adeguarsi alla Cina abbassando i propri standards.

  7. Subire la concorrenza non equivale a perdere diritti, e se si crede nella concorrenza e nel mercato si accettano questi rischi con la consapevolezza che il mondo non finisce domani e che essendo uomini e non macchine possiamo fare molte cose (come imprenditori e come operai), nonostante la durezza degli assestamenti.

    I termini “mercato senza regole” e “gestito dal partito comunista” formano un ossimoro.
    O è mercato, o è partito.

  8. Purtroppo gli effetti dimostrano che non si tratta di ossimoro. Il mercato senza regole é il nuovo modo per “gestire il potere”. Keynes (di cui non sono un fan), quando sentiva contrapposti economia pianificata e capitalismo, diceva “non c’é niente di piú pianificato dell’economia di mercato”. Anch’io credo nella legge naturale, ma gli interventi devono tener conto che, essendo noi esseri umani (e non macchine), dobbiamo intervenire in senso solidale. Il mercato non conosce la solidarietá, dunque occorrono necessariamente accordi (sulle regole) per assicurarla. Ripeto é molto semplice vincere se non si rispetta alcun principio etico-morale… nello sport si chiama doping.
    p.s. e tanto per parlare di etica vedrete quanti records ci saranno alle olimpiadi di Pechino, un numero… record! indice del nuovo modo di competere…

  9. Torniamo al ragionamento puramente razionale tralasciando i giudizi di valore di carattere etico o i luoghi comuni sull’amoralità del mercato.

    1) Lo sviluppo cinese va indubbiamente a vantaggio dei cinesi. Lo sviluppo cinese nel lungo termine va però anche a vantaggio del resto del mondo, come mostra la teoria del commercio internazionale.

    2) Nel breve-medio termine ci sono dei costi legati a capitali specifici che il progresso rende inutili, danneggiando i loro proprietari. Ad esempio, saper costruire archi e frecce era un asset nel Medioevo ma non oggi. Questo è vero nel commercio internazionale come in ogni cambiamento economico. Nel lungo termine la specificità non gioca quasi alcun ruolo.

    3) Stranamente soltanto l’Italia sembra aver problemi con la Cina… la Germania se la cava benone. Probabilmente il problema italiano non è la Cina. Con tutte le regole, i sindacati e l’inflazione che abbiamo e abbiamo avuto, l’ultima cosa a cui penserei per spiegare i problemi italiani è a Pechino.

    4) Non conosco nessun argomento che dimostri che eventuale sfruttamento dei lavoratori o non rispetto dell’ambiente in Cina sia un danno per l’Italia, ma per capire ciò non serve un infondato paragone con le gare sportive, dove c’è sempre un solo vincitore. Più i cinesi abbassano i prezzi più migliorano i nostri terms of trade, a nostro vantaggio. Babbo Natale è un benefattore, non un “concorrente sleale”.

    Insomma: l’Italia ha dei problemi, ma la Cina non c’entra nulla. Il problema non sono i sintomi, ma la diagnosi.

  10. Ottima analisi,

    io penso che gli economisti sbaglino a pensare all’economia in termini globali o di nazioni. Il centro dell’economia sono le citta’.

    Concentriamo la nostra attenzione sui bisogni delle nostre comunita’ cittadine e cerchiamo di trovare strumenti che facilitino la loro indipendenza dal punto di vista economico, ovvero che esse siano in grado di rimpiazzare le importazioni.

    La riduzione della pressione fiscale sulle imprese sarebbe senz’altro un ottimo strumento per cominciare.

  11. Solo l’integralismo puó impedire di vedere i problemi di un’integrazione senza regole. Anche fisica ci insegna come tali fenomeni sono forieri di sventure (certo solo per elementi del sistema). E se si ignorano tali aspetti negativi, ció non consente (almeno logicamente) di tirare alcuna conclusione, che non sia semplicemente arbitraria. Competere con la Cina porterá sicuramente ad un miglioramento dei prezzi (lo vediamo tutti i giorni) ma non vedere quali siano le diseconomie e non cercare di eliminarle é, secondo me, eticamente colpevole. L’etica e la morale sono SEMPRE attributi individuali, dunque non ha senso parlare di eticitá di un entitá astratta. Per questo é necessario introdurre l’etica a livello degli attori del mercato. Di questo le regole (ma prima ancora le persone) devono occuparsi.
    In nuce, studiare filosofia prima dell’economia.

  12. Roby, le consiglio di non commettere l’errore di chi, infarcito di costruttivismo positivista, ha creduto che dalla fisica si potessero estrarre modelli utili per sociologia ed economia.
    Per quanto riguarda l’etica a livello di individualismo metodologico, puo’ trovare abbondanti risposte alle sue inquietudini ne “L’Etica della liberta’” di Rothbard.

  13. Roby ma sei sicuro che la tua etica sia la stessa mia o quella di Libertyfirst? In tal caso ha senso parlare di attori collettivi come lo Stato dotati di una propria etica che alla fine potrà solo essere o una mediazione o una prevaricazione di un’etica su un’altra, in ogni caso una “violenza” verso coloro che sono più distanti dall’etica statale? E quali sono le chiavi per determinare l’etica “corretta”? Secondo quali criteri di oggettività la si può definire?

    Un cinese sta meglio perché ha aumentato il proprio reddito e finalmente può accedere a una dieta più equilibrata e pure piacevole; un europeo deve rinunciare alla parabola di sky a rate perché l’impresa in cui lavora deve stringere sui costi. Quale etica riesce a pesare queste due situazioni e quindi deporre per libero commercio o dazi all’import?

    Come si può mettere su uno stesso piano etico una scelta individuale con una scelta accentrata, partendo da un senso “etico” che è soggettivo?

    In tal senso dovrei chiederti quanto valore etico ha imporre dazi o blocchi alle importazioni di prodotti agricoli dall’Africa (per non parlare degli incentivi agricoli disaccoppiati della UE), quindi tarpando l’unica industria accessibile dalla massa degli Africani, per la protezione di proprietari terrieri europei o americani.

    La scelta di un’etica sovrana e impositiva è un terreno molto sciovoloso.


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