Pubblicato da: Massimiliano Neri | 15 giugno 2008

Appunti sull’innovazione in Italia

Al confine fra ricerca scientifica e sviluppo tecnologico si gioca la partita dell’innovazione. Questa frontiera rappresenta un cardine molto debole del sistema competitivo italiano.

In gergo tecnico l’innovazione si snoda su tre stadi successivi:

  • ricerca di base (teorica)
  • ricerca industriale (applicata)
  • sviluppo precompetitivo (prototipi industriali)

Generalmente i primi due sono compresi sotto l’ombrello della “ricerca scientifica”, mentre il terzo appartiene gia’ all’ambito industriale. La frontiera di cui parliamo e’ quindi situata sulla cerniera fra “ricerca industriale” e “sviluppo pre-competitivo”, i due campi la cui unione viene comunemente denominata Ricerca e Sviluppo (R&S).

Faccio notare che questo modello a cascata e’ di antica concezione ed e’ criticatissimo anche all’interno del mainstream (si veda Foray e Rosenberg), in quanto si perde vari contributi, come ad esempio il feedback fondamentale fornito dallo sviluppo precompetitivo alla ricerca industriale.

Un recente studio della RAND analizza lo stato della ricerca americana. A onor del vero, Fritz Machlup fu il primo ad essere investito da eccesso di entusiasmo per la possibilita di misurare l’entita’ di R&S in modo da dimostrarne l’importanza nella produzione di innovazione. I suoi studi empirici sono la base per gli stessi sviluppi neoclassici nel campo dell’innovazione che oggi la Scuola Austrica critica. Conosciamo bene la debolezza delle conclusioni teoriche derivate non da un’analisi logico deduttiva ma da speculazioni che si reggono in piedi con le stampelle della correlazione statistica. Tuttavia non possiamo negare che le statistiche sugli investimenti in R&S, con tutti i loro limiti, rappresentano un ottimo proxy per analisi comparative fra paesi.

Gli americani, malgrado gli eventi contingenti, sono ancora al vertice negli investimenti in R&S e nella produttivita’ di questi investimenti. Una delle ragioni di questa leadership risiede nella loro rinnomata capacita’ di attrarre ricercatori e professionisti stranieri capaci e di metterli nelle condizioni di lavorare al meglio. E’ noto che l’Italia in quest’ambito si posiziona in zona retrocessione.

Questo e’ un argomento su cui si rischia di fare della retorica facile e su cui la politica italiana si e’ in passato fatta molto male, incensandosi con programmi gloriosi, falliti miseramente (i centri di eccellanza…). Le ragioni del fallimento ammontano sempre alla stessa radice: una marea di paletti accuratamente depositati da un lato da un sistema accademico baronale e autoingessante e, dall’altra, dal gesso cosparso bulimicamente da fisco e burocrazia sui meccanismi della struttura produttiva.

Sulle politiche di lungo termine, ogni liberista dotato delle nozioni economiche elementari e’ in grado di proporre un ragionevole menu di ricette e priorita’. Ma e’ nel breve/medio termine dove le cose si complicano e dove, nel mondo piatto e ultrasonico della globalizzazione, ci giochiamo la partita dell’innovazione.

Il breve termine e’ fondamentale per la seguente ragione. Abbiamo gia’ menzionato l’importanza dei risultati dello svilupo precompetitivo per orientare produttivamente la direzione della ricerca industriale. Se gli investimenti al confine sono deboli, non c’e’ sinergia e il feedback si perde. L’accademia continuera’ a rimanere chiusa a uovo nel suo mondo teorico inapplicato e l’industria italiana continuera ad autoprodurre innovazione, limitandosi ovviamente a quei campi in cui la presenza della ricerca scientifica non e’ un requisito necessario. I campi in cui questo e’ un requisito necessario sono biotecnologie, software, materiali, strumenti medicali, etc (si veda Shane, p.140) e, aggiungo io, settore farmaceutico. Trattasi di settori nella cui innovazione l’Italia occupa posizioni da paese del terzo mondo.

In conclusione le ricette per il breve/medio termine sono le seguenti:

  • aumento degli investimenti alla frontiera fra ricerca industriale e sviluppo precompetitivo che premiano un approccio interativo che incorpora feedback (con facilitazioni fiscali, snellimento burocratico e, ebbene si…, investimenti pubblici mirati)
  • aumento dell’offerta di ricercatori qualificati tramite una serie di incentivi (fondamentali quelli economici) che attragano cervelli esteri, senza distinzione fra nazionalita’ di origine (no ad affirmative action sciovinistiche, un bravo italiano vale tanto quanto un bravo indiano – l’italiano avra’ in piu’ il vantaggio lingua madre)

ps: richiamando l’investimento pubblico, sono conscio di sucitare le critiche di quei liberisti e antiminiarchisti che non intravedono fra le maglie del pragmatismo la scintilla capace di far saltare con gambe anabolizzate gli ostacoli imposti dal pachiderma statale. Ma credo che fare i puri pensando di vivere in un mondo catallattico sia francamente troppo “facilistico”.

La letteratura da consultare circa il lavoro di menzionato Machlup e’ la seguente:

  • The Economic Review of the Patent System, 1958, preparato per il Congresso americano
  • The Production and Distribution of Knowledge in the United States, 1962
  • Knowledge: Its Creation, Distribution, and Economic Significance, Vol 1 e Vol 3

Responses

  1. Prima di tutto, ben tornato online!

    Se pensi che la quantificazione della R&S abbia dei limiti, pensa che sull’Electronic Journal m’hanno detto che è appena arrivato un paper sull?Economia del Vino dove usano l’econometria per concludere che la tecnica è tutto e il territorio è inutile, per ottenere un buon vino. Non c’è limite al peggio.🙂

    L’Italia è in declino e sono perfettamente d’accordo che non sia sufficiente proporre un modello che funzionerà tra qualche decennio: la politica è hic et nunc. Se gli investimenti pubblici servono o meno nel breve termine o se basta togliere i lacci all’economia non lo so, ma potrebbe benissimo darsi.

    Però credo che sia fondamentale la cooperazione tra università e azienda. L’università ha incentivi legati alla carriera accademica, che non c’entrano molto con l’innovazione, anche se almeno ad ingegneria una foglia di fico di applicazione pratica come giustificazione di ciò che si fa bisogna sempre trovarla. Inoltre la mancanza di mezzi e la strutturale disorganizzazione dell’università rende difficili approcci integrati per progetti di elevata complessità e quindi “quasi pronti” per l’industria. Ci si focalizza sulle piccole cose, che richiedono meno tempo, e magari permettono più paper.

    Se l’accademia si snellisse burocraticamente, si dividesse in gruppi in concorrenza per i fondi, e entrasse in contatto con l’azienda per fornire consulenza tecnologica, corsi avanzati, ricerca e sviluppo, progettazione, e ottenere in cambio fondi di ricerca e posti da ricercatore (una sorta di venalità delle cariche, presente in molte università in teoria, ma quasi mai usata, che io sappia), l’università guadagnerebbe in capacità di dare carriere, fondi, accesso alla tecnologia, incentivi ad essere utili ed esperienza pratica; l’azienda guadagnerebbe perlomeno un design center a basso costo, ma probabilmente anche una maggiore capacità di innovazione e di integrazione di competenze.


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