Pubblicato da: Massimiliano Neri | 12 ottobre 2008

Gary Becker e l’innoquo breve termine

L’analisi di Gary Becker dell’attuale crisi fa affiorare alcune differenze di fondo fra l’approccio della Scuola Austriaca e quello della vecchia Scuola di Chicago circa l’interpretazione della crisi finanziaria.

Il Professor Becker crede che le misure adottate in maniera coordinata da governi e banche centrali in questi ultimi giorni servano a risolvere un’emergenza di breve termine,  un male necessario per scongiurare la morte del malato:

The Paulson Plan naturally concentrates on the very real short run emergency.

moral hazard concerns should be put aside temporarily when the whole short term credit system is close to a complete collapse

Prima di tutto bisogna valutare se veramente il malato e’ moribondo. In secondo luogo occorre valutare con cautela le conseguenze inintenzionali (…ma note) degli interventi.

Partiamo dal primo punto: lanciare segnali d’allarme e gettare il panico facendo leva sulla psicologia delle persone e’ molto facile, soprattutto quando l’obbiettivo dell’avvertimento non sono operatori finanziari ma i risparmiatori. Maggiore e’ l’autorevolezza dello scranno da cui si parla, maggiore e’ il peso delle parole. E se il FMI dice che “Il sistema finanziario è sull’orlo di un collasso sistemico”, si fa presto a pensare che saremo improvvisamente proiettati in una nuova era glaciale finanziaria. Valutando ‘a freddo’ la notizia, si nota tuttavia che viene lanciata di domenica, durante un G7, considerazione che si porta dietro un significativo peso politico … e strumentale.

Non vi e’ dubbio che siamo ufficialmente immersi in una crisi di liquidita’. Finira’ il mondo domani? O chi conosce bene le leggi economiche continua a pensare che per ogni domanda alla fine ci sara’ sempre un’offerta? Ecco che allora assume un senso cio’ che scrivono Alex Tabarrok (“Where is the Credit Crunch?“) e Michele Boldrin (“Zitti (e fermi) per favore!“). Forse l’offerta di credito si e’ ristretta (come e’ logisco attendersi durante l’inizio di una sana fase liquidazionista) ma non e’ detto che si sia prosciugata.

Perche’ uno dovrebbe adottare un’impostazione cosi intransigente invece che abbracciare la coperta di linus del salvataggio preventivo per scongiurare il peggio? Perche’ se la fine del mondo non e’ varamente alle porte, l’innondazione di liquidita’ operta dalle banche centrali in questi giorni “potrebbe”(*) trascinarci nel vortice di una iperinflazione:

Ma torniamo a Becker affrontando il secondo punto. E’ un’illusione pensare che gli effetti delle misure adottate in questi giorni rimarranno confinati all’interno del perimetro del breve termine. Le massive iniezioni di liquidita’, le nazionalizzazioni bancarie, la proibizione delle vendite allo scoperto non fanno che ammannettare i sani processi di liquidazione, posticipando le rese dei conti. Come ha fatto notare Huerta de Soto:

… this “flight into the future” would only temporarily postpone problems at the cost of making them far more serious later. […] At this point, an inevitable, painful readjustment begins…

[central bankers] can either allow the recessionary process to begin now, and with it the healthy and painful readjustment, or they can procrastinate with a “hair of the dog” cure. With the latter, the chances of even more severe stagflation in the not-too-distant future increase exponentially. (This was precisely the error committed following the stock market crash of 1987, an error that led to the inflation at the end of the 1980s and concluded with the sharp recession of 1990-1992.)

the reintroduction of a cheap-credit policy at this stage could only hinder the necessary liquidation of unprofitable investments and company reconversion. It could even wind up prolonging the recession indefinitely, as occurred in the Japanese economy, which, after all possible interventions were tried, ceased to respond to any stimulus involving credit expansion or Keynesian methods.

Tanto era dovuto per il breve termine. Scolliniamo ora per vedere cosa propone Becker per il lungo termine:

The government should as quickly as possible sell Freddie Mac and Fannie Mae to fully private companies that receive no government insurance or other help. These two giants did not cause the housing mess, but in recent years they surely greatly contributed to it, partly through Congressional pressure on them to increase their purchases of sub prime loans. They owned or guaranteed almost half of the $12 trillion in outstanding mortgages with less than $100 million of capital. The housing market already has excessive amounts of government subsidies, such as from the tax exemption of interest on mortgages, and should not have government sponsored enterprises that insure mortgage-backed securities.

Perfetto! Avremmo tutti sempre voluto che queste agenzie governative venissero sottomesse ad un regime di libero mercato, invece che recepire pedissequamente direttive pubbliche anti-mercato. Forse Becker avrebbe potuto sposare prima questa battaglia, quando il Mises Institute e limitrofi erano fra i pochi ad avere il coraggio di perorarla. Meglio tardi che mai, quando si tratta di uscire dall’armadio.

Continuiamo:

the “too big to fail” approach to banks and other companies should be abandoned as new long-term financial policies are developed. Such an approach is inconsistent with a free market economy.

Grandioso. Sarebbe altrettando spettacolare se scrivesse chiaramente che questo equivale a un passo indietro di governo e Fed, e possibilmente alla concezione di una politica economica che dia ai mercati stabili aspettative di lungo termine “sul comportamento del governo”. Ma questo e’ intrinsecamente impossibile a causa della fallibilita’ di questo sistema politico, come insegnatoci dal permio Nobel James Buchanan e dalla Scuola della Public Choice.

Veniamo al punto piu’ importante:

The capital requirements of banks relative to assets might be increased, so that the highly leveraged ratios of assets to capital in financial institutions during the past several years would become less common. Possibly a minimum ratio of capital to assets should be imposed by the Fed on investment banks and money funds.

Magnifico! Non potrei non sposare la proposta visto che in passato riconosi in un articolo titolato “Cartolarizzazioni e Credit Crunch” che il problema della leva di certi strumenti di finanza avanzata (specialmente le cartolarizzazioni) stava proprio nella perdita dell’associazione fra assett e riserve sottostanti (in termini misesiani, il problema sta in un uso eccessivo dei mezzi fiduciari o della riserva frazionaria – due facce della stessa medaglia).

Tuttavia, cosi dicendo, Becker smentisce il suo grande maestro:

Milton Friedman and Anna Schwartz argue convincingly in their Monetary History of the United States that the Fed’s raising of reserve requirements for commercial banks during the mid-1930s contributed to a prolonging of the Great Depression. For it induced these banks to further contract their lending in order to gain the liquid assets that were removed by higher reserve requirements.

Speriamo che la misura da lui proposta non riguardi solo i derivati lasciando fuori il credito commerciale. Sarebbe inspiegabile e pericoloso, equivarrebbe ad un inno al malinvestement.

(*) Scrissi in passato che esistono due scuole di pensiero circa l’attuale congiuntura: chi ritiene che vi sara’ iperinflaizone e chi ritiene che saremo convolti nelle dinamiche di una deflazione. La questione non e’ banale, la trattero’ in un articolo successivo


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